Dipendenza dalla psicoanalisi e dalla psicoterapia

I primi che vollero affrontare le difficoltà legate al termine dell’analisi, ovvero del trattamento psicoterapeutico, furono Sandor Ferenczi e Otto Rank, nel 1924. Fino ad allora, il processo di conclusione dell’analisi non era stato, sistematicamente, considerato, ma si registravano frequenti problemi nella fase del distacco. Ferenczi e Rank sostennero che l’analista avrebbe dovuto evitare che la ripetizione dell’arcaico attaccamento infantile verso l’oggetto materno si proponesse, nella situazione transferale, sulla persona del terapeuta.

Come affrontare questo problema? Va considerato che alcuni pazienti sono, intrinsecamente, organizzati in maniera dipendente e hanno bisogno di un appoggio, per cui si deve fronteggiare la loro tendenza a essere sempre legati a un terapeuta o a dei gruppi.
D’altro lato, si devono tener presenti le persone che, pur con diverse sfumature di gravità e conflitti, sono in grado, nella terapia, di passare dalla dipendenza dall’analista ad una sufficiente autonomia dell’Io ed alla potenziale capacità di separarsi. Ma anche qui, come mai in alcuni casi le analisi si trascinano, comunque, faticosamente e le conclusioni sono difficili? In queste particolari situazioni, se ci atteniamo a quasi un secolo di letteratura psicoanalitica sull’argomento, le responsabilità fondamentali sono sempre dell’analista.

La conclusione della terapia è stata paragonata, dagli analisti, a un nuovo inizio, allo svezzamento, al lutto, al distacco, alla maturazione e così via. E’ un momento difficile sia per il paziente, sia per il terapeuta. Il paziente deve rinunciare, prima di tutto, al bisogno che l’analista sia, per lui, come un contenitore. Anche il terapeuta deve accettare il dispiacere che può provocare la fine di un rapporto terapeutico importante. Deve accettare il fatto che non avrà più notizie di una persona con cui aveva stabilito una confidenza profonda e riconciliarsi con i possibili errori che può aver commesso.

Riguardo al paziente, è fondamentale la modalità inconscia in cui egli ha sviluppato il suo transfert, rispetto al terapeuta. Se l’analista, in senso psicoanalitico, è una figura di transfert, ovvero rappresenta, a livello profondo e inconscio, qualcosa di simbolico, relativo alle immagini dei genitori e alla proiezione di aspetti conflittuali di sé, il termine dell’analisi e la separazione sono, relativamente, più accessibili. Quando, invece, il terapeuta non è capace di ottenere questo tipo di relazione, si trasforma, o peggio si propone, come un oggetto affettivo concreto. Quindi diviene perno di un legame emozionale in cui, anche senza che egli se ne renda conto, la sua persona svolge, tendenzialmente, la funzione storica di una figura genitoriale o di un personaggio amicale. In sostanza, venendo meno al suo compito di proporsi come oggetto mentale simbolico e scivolando nella dimensione di oggetto affettivo reale, nel mondo concreto, l’analista pone un grande ostacolo alla futura conclusione dell’analisi. Mentre le relazioni affettive di transfert hanno un punto d’arrivo, le relazioni affettive, cosiddette, primarie tendono a non finire mai.

Parte essenziale, nel processo di formazione clinica di uno psicoanalista, è proprio l’attenzione da porre, teoricamente e affettivamente, sul meccanismo del transfert. Il transfert, nella dimensione emotiva, è una sorta di macchina schiacciasassi che elimina ogni ostacolo rispetto alla realizzazione di un forte legame, nell’ambito dei sentimenti, fra il paziente e il terapeuta. La gestione di questi sentimenti è complessa e deve essere acquisita, in senso tecnico ed emotivo, da chi desidera diventare psicoterapeuta o psicoanalista. Questo è uno dei motivi per cui, secondo l’International Psychoanalytical Association (IPA), fondata da Freud nel 1908, chi aspira a divenire psicoanalista deve sottoporsi, egli stesso, ad una analisi di tipo didattico, per sperimentare la dimensione emotiva della situazione. La stessa seria e personale formazione però, non è, purtroppo, richiesta da molte delle centinaia di scuole di psicoterapia, che hanno polverizzato e allagato il teatro della formazione psicoterapeutica italiana, dopo la legge che ha istituito l’Albo degli psicoterapeuti.

Per chi cerca un aiuto psicoterapeutico, è molto difficile verificare la credibilità di uno psicoterapeuta o distinguere uno psicoanalista, seriamente formato, da uno autonominatosi tale, magari perché attratto dal fascino della parola.

È il terapeuta che deve lavorare sugli aspetti psicologici della conclusione, fin dall’inizio delle sedute, esaminando le reazioni del paziente, ad ogni interruzione. Ogni vacanza, ma anche i week end, possono essere occasioni per analizzare i sentimenti legati al distacco. Le modalità di conclusione, quando l’evento si approssima, devono essere adattate ai singoli casi. Ogni fine di analisi propone reazioni irripetibili, sia da parte del paziente, sia da parte dell’analista. Quest’ultimo deve combattere su più fronti. Da un lato, deve evitare di idealizzare la conclusione del trattamento, aspettandosi quel risultato perfetto che lo stesso Freud, in Analisi terminabile e interminabile (1937), escludeva. D’altro canto, soprattutto se l’analisi è riuscita, egli avverte un autentico senso di perdita rispetto ad una significativa relazione umana. Per questo, giova ripeterlo, il controtransfert dell’analista deve essere continuamente monitorato, onde evitare la tendenza a trasformare la relazione transferale analitica in un rapporto personale; a volte senza nemmeno avere la cognizione di ciò.

Vale, per la dipendenza dalla psicoanalisi, come per ogni tipo di dipendenza, anche in ambito psicoterapeutico, ciò che Freud scrisse in Lutto e Melanconia (1915). Le separazioni sono possibili quando si caratterizzano per un “lutto normale” che include, semplificando, un periodo di tristezza e di normale depressione, ma è contraddistinto dall’assenza di senso di colpa per la perdita dell’oggetto: in questo caso dell’analista. Diversamente, può presentarsi un “lutto patologico”, caratterizzato da forte depressione e forte senso di colpa. In questo caso prevale l’ostilità inconscia verso l’analista, che si associa ai sopracitati problemi di transfert non elaborati. Paradossalmente, l’ostilità rafforza la relazione, perché anche l’odio è un legame.

Questa situazione può essere prevenuta solo, a monte, da un terapeuta che ne abbia percezione e affronti, sistematicamente, l’argomento, evidenziandolo e interpretandolo. – Per approfondimenti http://www.albertoangelini.it/la-dipendenza-dal-setting-psicoanalitico-e-il-cinema-2014/

(Scheda di Alberto Angelini)